martedì 18 settembre 2012

Una biografia per nulla



Quanta storia in piccoli giorni

ha scritto la mia ansia nella vita

da infantili paure al seno consolate

battiti puerilmente irrefrenabili

in solitari tormenti placati appena.

Esibizioni rituali d'avvenenza

sfoggi giovanili d'abilità e potenza

intorno a gonnelle spesso indifferenti

e pacato poi un rito d'un accasamento.

Emozioni di nascite dai lombi generate

di crescite speranzose a ricchi voli volte

progetti e contrasti partenze e ritorni

e calme tranquille sere in riva al mare

su orizzonti arancio fregiati in rosso

le grinze indifferenti a percorsi nuovi

la cercata stabilità che si posa pesante

annunciandosi l'avello in pietra grigia

già pronto, predestinato, e così sia.


Eubulide, di striscio




Si prese un po' di vacanza da lei, quando le disse, Sai, non ti amo!

Detto così pareva che l'avesse amato. C'era da crederle? E quando era sincera, al tempo in cui pareva l'avesse amato, oppure adesso che diceva di non amarlo?

Pensò che non l'avesse amato mai ed era in dubbio tra l'essere stato ingannato allora o adesso, che lei, forse, aveva un altro da amare e le mentiva per poterlo lasciare.

Perché crederle ora, in ogni caso, equivaleva ad ammettere che le aveva creduto allora e non gli piaceva l'idea di essere stato imbrogliato o di essersi sbagliato a giudicare i sentimenti di lei che, ora ripensava, non diceva spesso, Ti amo.

Mentre sfogliava l'album delle fotografie di quella storia, molte gli parvero fasulle, come di due che si mettono in posa per far contento l'amico che le scatta e vuol mostrare quanto buona sia la sua macchina fotografica. E, tuttavia, aveva bei ricordi di quei momenti o no? Adesso finiva per non ricordare

Ma la Kodak non mente. Che ne sa delle bugie. Fissa i sorrisi che vede col suo occhio di cristallo e sbatte l'immagine sulla gelatina della pellicola, così com'è.

Chi mai potrà dire se quelli della foto erano sinceri o mentivano. Qualcuno che ha letto di psicologia, potrà dare spiegazioni osservandole le pose e gli atteggiamenti ma, in fondo, non si saprà mai la verità vera.

venerdì 14 settembre 2012

Sangue salmastro




Lungo la costa viveva una popolazione marinaresca, perlopiù di pescatori, che della navigazione marittima aveva, al massimo, frammentarie nozioni trasmesse oralmente dall'ultimo Portolano del Ministero ma, nelle vene, sangue salmastro.

Bisognava prendere il largo nel chiarore metallico di prima che albeggi, per salpare le reti, che la luce solare, rischiarando l'acqua, consentiva a molluschi e crostacei, di raggiungere facilmente e cibarsi dei pesci rimasti imprigionati e morti tra le maglie.

Sempre la bruma, in ogni stagione, gli bagnava il viso, imperlava le ciglia e sopracciglia e i primi raggi tiepidi del sole, cristallizzavano microgrumi di sale su quei peli che luccicavano, come cosparsi di polvere di vetro.

Stava chino a poppa, alla barra, vicino ai comandi del diesel, che borbottando monotono, spingeva il gozzo su e giù per l'onde, fino alle tre miglia dalla riva, dove erano stati calati i "tramagli" per la pescata della notte.

Non amava il mare, nel modo e senso di quelli che lo fanno dalla spiaggia ma, da sempre, era la sua vita. Quasi il suo elemento, anche se non ci si immerse mai per capriccio o divertimento. Per bisogno si e con sicumera, quando c'era da liberare l'elica dalle alghe o qualche rifiuto inciampato durante la navigazione. Era il posto che conosceva meglio di ogni altro al mondo: ci viveva, lavorava e sperava di avere buoni frutti ogni giornata.

Da un bel pezzo, oramai, usciva da solo. Il suo ragazzo, il più giovane che l'aiutava: gli altri avevano scelto di sfacchinare ai moli là nel porto, era caduto in mare affogandoci, una notte di burrasca, nel tentativo di salvare le reti che la mareggiata avrebbe portato via irrimediabilmente.

Gli stringeva il cuore ripensarci e in quelle notti di pesca solitaria, ci parlava, come l'avesse lì a prua, a calare o salpare, rassettare sagole o galleggianti. Come parlava al mare, alla barca, alle creature che accostano, per caso o volontariamente, gli scafi che vanno per mare: gabbiani, procellarie, peschi volanti e quei ladroni birbanti dei delfini, che banchettavano alle sue reti e poi, squittendo, saltavano fuori dall'acqua, davanti alla prua.

"Guarda Nedo...Si, poeroammè! magari fosse qui. C'è rimasta un'aragosta, anche bella, gli è andato di traverso il pesce che ci rubava" o "Facci un segno qui, c'è uno strappo, va riparato - è troppo grande per lasciarlo così".

Beccheggiava la barca, tenuta di prua contro le onde, mentre la fiancata di dritta era inclinata fino a sfiorare col bordo il pelo dell'acqua, per via del peso delle reti intrise d'acqua e pesce che salpava.

"Mare cane! come sei freddo. Almeno dammi un po' di pesce bono, stamattina, così si fa giornata. Ovvai Gloria - il nome della barca e della moglie - tieni botta; s'è quasi finito, si va a casa a bersi un bel ponce al mandarino".

Le reti erano a bordo quando l'alba, da dietro le colline, allungava ormai le dita da terra fino al mare che prendeva tutto il colore del cielo, spandendoselo sulla superficie, come fosse una coperta di seta azzurra.

Il motore s'avviava con due sbuffi neri dallo scarico di fianco; barra a dritta e lento, tranquillo verso riva.

Solcavano veloci a prua, due pinne di delfini. Era da tanto che non succedeva.


martedì 11 settembre 2012

Gli occhi neri di...Carla






Piantavo i miei occhi acuti come spilli

nei suoi, lucida ossidiana, tra le ciglia

e se un sorriso le sfuggiva, senza sicumera

scrollava la testa ricciuta col suo fare arguto

una cascata di capelli faceva un sipario di velluto

e non ci sarebbe stata replica, nella sera.






lunedì 10 settembre 2012

Le trecce nere di...Carla




Vorrei incapricciarmi ancora

per quelle trecce lunghe nere

che frustavi attorno fiera

mi sorridevi per sfida, ch'eri

più maschia d'una amazzone vera

e non mi desti mai un bacio, oltre una sera.

lunedì 3 settembre 2012

Sollevando il bordo della pagina



Sollevo lentamente il bordo di questa pagina

come alzerei piano un lembo della tua camicia

perché vorrei e non vorrei, avessi letto i versi

per tardare, continuare ancora a fantasticare

su quanto davvero, alfine, li avrai graditi

se tanto, quanto io godrei, nello scoprirti nuda.

Afrodite




Sogno sempre, col mio respiro

di carezzarti il viso

e i tuoi sussurri, scorrere sul mio.

Nutrire col tuo odore le mie voglie

stringere con le dita tremanti

le tue mani calde, bianche.

Aspettare, impaziente

le tue umide labbra trovino le mie

in un bacio dolce, sapiente.